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La Repubblica
Linea di confine


I bambini ebrei e il paradosso della Shoah
di Mario Pirani
10-01-2005

L´ampia disamina di Adriano Sofri (Repubblica dell´8 us) mi esime dal riassumere la discussione in corso sul Corriere sul rifiuto da parte del Vaticano di restituire quei bambini ebrei battezzati da sacerdoti o famiglie cattoliche che li avevano tratti in salvo dalle deportazioni naziste. Di qui l´aperta ostilità di alcuni, a cominciare dal presidente della Comunità ebraica, Amos Luzzatto, alla beatificazione di papa Pacelli. Personalmente reputo che i processi di beatificazione rientrino in una ratio tutta interna alla Chiesa e che laici ed uomini di altra fede, liberissimi di esprimere critiche storiche, politiche od anche etiche non abbiano invece veste per giudicare giusta o sbagliata una santificazione liturgica. Vorrei invece intervenire su una tesi espressa, prima da Lucetta Scaraffia (Corriere del 4 us), secondo cui "la Chiesa non è stata mai antisemita, semmai antigiudaica, cosa molto diversa", tesi ripresa poi, con assai più ampio argomentare, da Ernesto Galli della Loggia (7 us). Il quale, partendo da una premessa ovvia, che ribadimmo proprio in polemica con lui, (a esempio sugli eccidi commessi da partigiani a cavallo della Liberazione) secondo cui "non si può giudicare moralmente e storicamente il passato con il metro che adottiamo per giudicare la presente", ne estremizza talmente il senso da renderlo un paradosso inaccettabile alla luce della verità e della più elementare consapevolezza etica. Qui posso solo riassumere il pensiero dell´articolista il quale, dai due assunti appena ricordati, ricava la conclusione che "scandalizzarsi per la mancata ripulsa settanta o ottanta anni fa da parte di uomini e organizzazioni di ciò che oggi definiamo antisemitismo costituisce una grave, indebita forzatura... Quando Pio XII e la Chiesa si muovevano circa la persecuzione antiebraica con il freddo distacco che sappiamo... l´Olocausto, sebbene in corso o da poco trascorso, in realtà non esisteva affatto e per esistere avrebbe dovuto aspettare ancora svariati anni... è infondato definire con il termine per noi oggi obbrobrioso di antisemitismo atteggiamenti che invece sono stati solo di indifferenza, antipatia, repulsa storico-religiosa, diffidenza sociale... Bisogna insomma capire... che l´Olocausto e la sua successiva concettualizzazione, risalente a non prima degli anni ´60, hanno posto l´antisemitismo... su basi interamente nuove... Partire da queste nuove basi attuali per giudicare fatti e uomini del passato è... un puro moralismo privo di verità". Parole che destano in me una sensazione di attonito sbalordimento forse dovuto all´età e ai ricordi diretti di cosa fu l´antisemitismo nazi-fascista e l´orrore che percorse il mondo civile quando l´Armata rossa e gli Alleati liberarono gli ultimi sopravvissuti dei campi, fotografarono e filmarono le fosse dello sterminio, ne condannarono a Norimberga i principali responsabili. Possibile che Galli della Loggia abbia dovuto attendere il 1960 e la cosiddetta "concettualizzazione" della Shoah per accorgersi che c´era stata? E che questa tardiva presa di coscienza giustifichi un diverso giudizio morale e storico? Come, tra l´altro, ignorare che la percezione delle responsabilità europee nel non contrastare il Genocidio fu talmente incombente da spingere, più di ogni altro motivo, l´Onu a riconoscere Israele? Forse Galli elabora il suo giustificazionismo retroattivo attribuendo una qualche nobiltà alla rimozione iniziale che portò tanti tedeschi a dirsi che "non sapevano" o tanti francesi a dimenticare l´adesione convinta a Vichy e 3 milioni di delazioni contro gli ebrei durante l´occupazione, di cui solo ora si comincia a parlare. Quanto all´assoluzione della Chiesa, basata su una definizione dell´antigiudaismo come semplice "antipatia e repulsa storico-religiosa" essa semplicemente prescinde da duemila anni di roghi, massacri, ghetti, discriminazioni, battesimi forzati, persecuzioni di ogni tipo, tutte incardinate sulla colpa ebraica per la morte del Cristo. Senza queste spaventose premesse, religiose e di fatto, la "soluzione finale" inventata da Hitler non sarebbe stata attuata nella indifferente acquiescenza di masse cattoliche, protestanti e ortodosse che avevano introiettato lo stilema secondo cui "a causa del loro crimine gli ebrei vanno tenuti in perpetua schiavitù", come, a esempio, nel Duecento recitava San Tommaso d´Acquino. Se così non fosse perché mai il Papa avrebbe chiesto perdono al Muro del pianto, sviluppando quella feconda revisione teologica inaugurata dal Concilio Vaticano II? Certo, se avesse ragionato come Galli della Loggia, se ne sarebbe astenuto.





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