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La Repubblica


GESTO ESTREMO CONTRO IL DIRITTO

18-08-2004

AVEVA una bellissima faccia il sindaco suicida, Camillo Valentini, tra l´ironia dinoccolata di Yves Montand e la profondità triste di Albert Camus, una faccia di tormento e di passione, di distacco e di partecipazione. Guardate le sue foto: sicuramente era uno di quegli uomini che le cose le prendono di faccia.Del resto, il suicidio di un uomo di carattere è una prova di carattere, l´ultima, l´estrema. Ci vuole coraggio per infilare la testa in una busta di plastica e poi impiccarsi con i lacci delle scarpe, anche se è un coraggio cieco che non ti fa vedere i figli che lasci, la sofferenza che procuri alla famiglia e agli amici, la bava lunga di un´assenza e di una violenza che nel futuro si proietteranno sui Valentini come un doloroso problema, questo sì, insolubile. Ma il suicidio non è prova di innocenza né di colpevolezza, rivela un carattere ma non risarcisce, non confuta e non conferma. Certo, l´oltranza del suicidio è uno sgambetto al giudice Maria Teresa Leacche la quale è infatti sconvolta perché capisce la mossa vincente del suo imputato che, sottraendosi, la delegittima. Dalla morte non si torna indietro e un magistrato non può inquisire cadaveri. E tuttavia questa vittoria disarma il Diritto senza apportare benefici all´indagato. In punta di fatto non dimostra nulla. E ha torto la dolcissima Chiara Moroni, figlia del suicida Sergio, la quale, in difesa dell´affetto che le manca, ha imputato a tutti noi la responsabilità dell´estremo gesto paterno spiegando al Corriere della Sera che «quando un cittadino arriva a togliersi la vita perché coinvolto in un´inchiesta, il suo suicidio è una sconfitta della giustizia e dello Stato. Di tutti noi». Più che assolutamente vero, è reversibilmente vero, nel senso che il suicida vuole appunto infliggere una sconfitta allo Stato il quale, pur non potendo accettare la sconfitta, ne viene sconvolto. E tuttavia, facendo violenza alla violenza che subisce, il giudice sconvolto ha confermato che quell´uomo andava arrestato, che tornerebbe ad arrestarlo, dovendo accertare, esaminare, indagare. Uno stato di Diritto non può essere sconfitto dalla violenza; non ci sono riusciti né i comunisti né i maoisti che volevano abbatterlo e non cambiarlo. Non ci riescono né gli omicidi rivoluzionari né i suicidi rivoluzionari. Il sindaco ingegnere e imprenditore, Camillo Valentini, lista civica di centrosinistra e amico del centrodestra, era a rischio suicidio come sono a rischio suicidio tutti i sindaci del Sud che hanno in mano quella strana e ultima risorsa che si chiama territorio. Il Sud è una lama affilata senza manico, un paradiso indiavolato che facilmente può trasformare i suoi sindaci in re Mida, prigionieri di una povertà che è considerata bellezza quando è scarsamente frequentata dagli uomini, ma che diventa reato non appena si muta in oro, vale a dire paesaggio, progetti, piani regolatori, varianti, parcheggi sotterranei, metropolitane di superficie, concessioni edilizie e, ovviamente, amici fidatissimi nei posti chiave, come è il vicesindaco Giuseppe Di Virgilio, o cugini al Bilancio, come è la signora Gisella Valentini, assessore a Roccaraso. La maledizione del paradiso abitato dai diavoli è che l´agire, l´intrapresa, l´iniziativa sono sempre farina diabolica mentre l´inazione è sempre essenza paradisiaca ed angelica. Ebbene Valentini, proprietario di alberghi, costruttore edile, imprenditore di aziende a partecipazione comunale, politico trasversale per intelligenza, stava, soprattutto per patrimonio, ma anche per competenze professionali, dentro un enorme conflitto di interessi. Valentini impersonava, forse meglio di tanti altri, quella "grande svolta" istituzionale del sindaco-imprenditore, libero dai condizionamenti dei partiti, che è stata studiata e incoraggiata dai nuovi e più accreditati meridionalisti di Sinistra. E´ il meglio e il peggio del Sud, mischiati in una ganga compattissima dove il meglio mai si libera del peggio e viceversa, dove il sindaco di Bari Michele Emiliano, gli ex sindaci di Napoli e di Catania, Antonio Bassolino ed Enzo Bianco, o di Palermo Leoluca Orlando, e forse persino il sindaco di Roma devono essere al tempo stesso Guido Dorso e Achille Lauro, l´azionismo giacobino e il plebeismo carismatico, tifo da stadio e laboratori istituzionali da Sorbona, sviluppo e interessi illegali. Su scala diversa sono come i Lula e gli Chavez che in Brasile e in Venezuela debbono amministrare il paradiso e i diavoli, l´intangibilità del territorio e lo sviluppo fondato sul profitto, Satana nell´acqua santa. A meno di non immaginare una trasformazione del Diritto per il nostro Sud, come ha proposto per il Brasile o per il Perù l´economista e sociologo Hernando de Soto, ispiratore del presidente brasiliano, l´inchiesta giudiziaria in quel pasticcio è scontata e automatica, per la disparità che c´è tra i tempi lenti del cambiamento della Norma e quelli vorticosi e confusi della società. E difatti tutti i grandi sindaci del nostro Meridione, da Orlando a Bianco, da Bassolino a Di Cagno Abbrescia sono stati indagati (e gli altri lo saranno). Basta aprire una farmacia a Leonforte o arredare di aiuole fiorite il centro di Catania o usare i telefoni del Municipio di Napoli per finire sotto inchiesta. Figuriamoci quando si vuol fare di Roccaraso la "Cortina del Sud". Si capisce bene quali rischi correva e sapeva di correre un ambiziosissimo sindaco-imprenditore che aveva contribuito a trasformare un indolente paese di pecore e pascoli in un raffinato e attrezzato centro turistico invernale e voleva farne adesso una Disneyland della neve, con sfarzosi alberghi e parcheggi sotterranei, progetti olimpionici per milioni e milioni di euro, eleganza e buone maniere, nuovi mestieri, sconvolgimento delle gerarchie sociali, rivolgimenti nelle mode e degli status symbol e quindi rancori, ripicche, concorrenze, appetiti... In una parola, lo sviluppo: da montanari a mondani, da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall´indolenza alla nevrosi, dall´immobilismo all´iperattivismo, anche suicida. Perciò nessuno può gettare in faccia al giudice il suicidio di un indagato, di questo indagato, che tanto più ci commuove perché rappresenta il suicidio di un sogno antico che è anche nostro, il sogno di tutti i meridionali d´Italia, di un Paese che per tre quarti è Meridione. Insomma, questo suicidio non c´entra con il Diritto e c´entra pochissimo con le manette facili di Tangentopoli, che non poche volte furono, a ragione o a torto, manette politiche, manette di una parte della magistratura inasprita dalla faccia tosta della politica. Valentini è un dramma nuovo. Questo è il suicidio di un Signore del territorio contro una Signora del Diritto. È il suicidio della faccia dinamica e tuttavia limacciosa della contemporaneità meridionale, un fiume in piena che allaga una orografia di letti fluviali, secolarmente asciutti. Questo suicidio è il riscontro e la sospensione di un confronto non sulle manette facili, ma sul destino del Sud, dove i Signori male alloggiano. Una Signora giudice si ritrova accanto un cadavere e un Signore imprenditore si è smarrito dentro "la grande svolta" che separa dalla politica soffocante, ma isola dalla politica protettiva: uno contro tutti. Dal punto di vista dell´inchiesta giudiziaria il suicidio è un paradosso, come quello, famoso in filosofia, del mentitore, usato per sconvolgere i confini tra vero e falso, tra Diritto e reato. L´idea che il suicidio sia prova d´innocenza e che il suicida sia una vittima di tutti noi, non solo è banale ma impedisce di capire la tragedia dostoevskijana, l´atto, la misura oltranzista di chi si uccide proprio per confutare qualsiasi idea di misura. Qui il suicida oltraggia il Diritto consapevolmente perché consegna il giudice alle pulsioni più ovvie e incontrollate, tanto è vero che il sostituto procuratore Leacche si sente profondamente sconvolta. L´arresto, certo, è il momento più drammatico di un´inchiesta, ma l´ordinamento secerne gli anticorpi contro i suoi stessi abusi e contro i suoi stessi eccessi. Al contrario la marginalità meridionale non ha anticorpi, è una sostanza contro cui nessun accidente di politico, di imprenditore o di magistrato può impunemente alzare lo sguardo. È questo che lo sfortunato Valentini ci deve insegnare, mentre il dibattito sulle manette facili è strumentale, è la rimasticatura di una vicenda politica irrisolta, centrodestra contro centrosinistra, i giudici "comunisti" di Berlusconi e i giudici "morale collettiva" dell´estrema sinistra. Il suicidio di Valentini è una novità che non c´entra nulla con il suicidio di Sergio Moroni, e neppure con quello di Gardini. Soprattutto si fa un torto a Valentini deducendolo da Previti o da Berlusconi, come si fa un torto alla giudice Leacche deducendola da Di Pietro o da Borrelli. Il suicidio di Valentini è una partita sospesa sul Sud d´Italia, una partita che presto sarà ripresa, perché affiora da mille fessure. I suicidi non provano l´innocenza ma forse l´innocenza, valore infantile, non è il solo abito dal quale giudicare il vecchio Sud.

FRANCESCO MERLO




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