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Assemblea Federale DL
L’intervento di Francesco Rutelli
27-10-2005


“Per la Margherita né autonomismo, né centrismo, né scioglimento. Tre grandi questioni da risolvere con i Ds per l’approdo al partito democratico: la costruzione di realtà comuni in Europa e in ambito internazionale; il superamento di culture e pratiche novecentesche; la crescita di un accentuato pluralismo senza egemonie laiciste o confessionali”

Intervento di Francesco Rutelli (bozza)
Assemblea Federale
Democrazia è Libertà – La Margherita
27-28 ottobre



Care amiche ed amici,

tra 110 giorni appena - ferie natalizie incluse - inizierà, con la presentazione dei simboli elettorali, la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento e del governo. La decisione che l’Assemblea Federale dovrà assumere domattina in base alle proprie responsabilità è tra le più importanti, e concluderà un percorso di riflessione, confronto e deliberazione iniziato nell’Esecutivo del 18 ottobre e proseguito con la Direzione del 20 ottobre, che ha approvato all’unanimità la mia Relazione; fatto importante e positivo, poiché veniamo da una stagione di oltre un anno caratterizzata da importanti successi e progressi, ma anche da forti e pericolose tensioni.

Nella vita ordinaria di un partito politico, le decisioni sulla partecipazione alle elezioni sono delicate dal punto di vista della strategia politica e sempre attraversate da complesse implicazioni interne. Ma sono generalmente semplici: si tratta di decidere tout court di presentare il partito alla competizione e di attrezzarsi per la conquista dei consensi.

Per il nostro partito, DL Margherita, non è mai stato così.

Ogni anno, dall’indomani della nostra costituzione, nelle assise nazionali che abbiamo convocato - dal 2003, in vista delle Europee, e poi per le regionali così come oggi per le Politiche - si è trattato sempre di prendere decisioni difficili, complesse, travagliate. Che intrecciavano la nostra volontà e responsabilità con posizioni e opinioni esterne rispetto a qui, e non meno complesse.

Perché?

Il motivo fondamentale, che è strutturale rispetto alla natura e alla vocazione della Margherita, risiede a mio avviso nella coesistenza nel progetto del nostro partito di un doppio processo: di costruzione e crescita di un’identità originale - particolarmente singolare, poiché la Margherita è l’unica forza politica nata dall’incontro di partiti e culture politiche diverse, anziché dalla scissione di partiti esistenti - e di partecipazione da protagonisti, e non da comprimari, entro un disegno che siamo soliti chiamare unitario, ovvero un cammino di costruzione e rafforzamento di una coalizione e una cultura di governo del centrosinistra.

Il primo processo ha visto progressi inaspettati, anche se non sempre soddisfacenti: un’alleanza elettorale è diventata un partito; gli ultimi due anni in particolare ne hanno visto crescere la capacità di proposta e iniziativa e l’ascolto presso interlocutori autorevoli; i consensi si sono confermati complessivamente su livelli lusinghieri (oggi tutti gli istituti seri ci attribuiscono sondaggi attorno al 12,5%, ovvero un risultato molto vicino a quello giudicato irripetibile delle politiche del 2001, nelle quali era con noi anche l’UDEUR, che è oggi circa all’1,5% ); la costruzione democratica del partito nel territorio è andata crescendo, anche se in modo assai diseguale; il rafforzamento della nostra presenza e capacità amministrativa è anche andato decisamente avanti, seppure con punti di eccellenza e situazioni più critiche.

Anche nel processo che chiamiamo unitario - e che ha avuto terreni assai mutevoli di esercizio, l’Ulivo come alleanza elettorale, l’Ulivo come prospettiva di aggregazione e poi di federazione riformista, l’Unione - il contributo dato dalla classe dirigente della Margherita è stato decisivo. Non solo perché sin dall’inizio del cammino maggioritario-bipolare del nostro paese si sono distinti dirigenti ed esponenti che sono nelle nostre fila, come ideatori e propugnatori di soluzioni politiche ed organizzative - sino alle primarie celebrate lo scorso 16 ottobre - ma perché, come dicevo all’inizio, proprio negli atti fondativi della Margherita vi è questa vocazione a non rinchiuderci nella coltivazione del nostro interesse di partito, ma a promuovere l’incontro con le altre culture democratiche italiane e a concorrere per renderne più credibile, equilibrato ed innovativo il progetto per il governo del paese.

Come abbiamo molto discusso sul modo in cui partecipare alle elezioni, così abbiamo molto discusso sui giudizi da dare circa i risultati conseguiti. Anche quei dibattiti e quei giudizi, talvolta diversi, hanno fatto e fanno parte della inscindibile duplice natura della Margherita: autonoma, ed unitaria.

E questo confronto - nel partito, con gli altri partiti, nel paese - si ripropone oggi alla luce di due novità enormi: il mutamento radicale del sistema elettorale, l’evento dirompente della partecipazione di 4 milioni e 300.000 cittadini alle Primarie con l’investitura larga e chiara di Romano Prodi non solo a candidato premier dell’Unione, ma a leader dell’area democratico-riformista del centrosinistra, con il 74% e oltre 3 milioni di voti. Non ripeterò descrizione ed analisi di questi fatti che si sono concretizzati nella stessa settimana: le ho già scritte in vista dell’Esecutivo e nuovamente svolte nella Direzione. Ma ribadisco: non si tratta semplicemente di avvenimenti importantissimi. Si tratta di due eventi capaci di modificare connotati basilari del sistema.

Sono mutamenti che comportano una scelta tempestiva, e noi ci siamo attrezzati per decidere immediatamente.

Dobbiamo farlo al meglio. E dobbiamo valutare attentamente se la scelta che ci accingiamo a fare è coerente con i compiti del nostro partito e le esigenze di un centrosinistra che deve non solo vincere le elezioni, ma disporsi a governare con visione strategica, una fondamentale compattezza, con concretezza ed efficacia al servizio del cittadini per risanare il paese, far ripartire l’economia, restituire fiducia ad una popolazione oggi profondamente delusa, preoccupata, disposta a sotterrare i talenti propri e della Nazione piuttosto che ad investirli nelle missioni del futuro.

Per noi - e vedete che questa mia Relazione si sviluppa tutta lungo il filo della connessione tra responsabilità della Margherita e processo unitario - non c’è da fare strappi, né compromessi al ribasso. Piuttosto, proseguire sulla strada tracciata, trovare un equilibrio giusto ed efficace, farci capire dagli elettori, puntare a crescere sia come partito, sia come aggregazione delle forze riformiste, sia come coalizione.

Se le depuriamo dalle asprezze di contesto e della discussione interna ed esterna, credo che anche le decisioni che abbiamo preso nello scorso maggio debbano essere lette dentro questa chiave: con un sistema elettorale che assegna tre schede agli elettori, le due schede che attribuiscono l’85% dei seggi parlamentari vengono marcate dal simbolo unitario della coalizione, e la terza dai simboli dei partiti, poiché la maggioranza, una larga maggioranza, della Margherita non ha rinvenuto le condizioni per superare sostanzialmente l’esistenza del nostro partito attraverso la scomparsa del nostro simbolo dalle schede elettorali e dei nostri gruppi parlamentari dalle Camere.

Sappiamo che una significativa minoranza non ha condiviso questa scelta, ed avrebbe preferito che sulla scheda apparissero due simboli unitari - Unione e Ulivo - e scomparisse il simbolo della Margherita. Ma sappiamo che questo è stato il dibattito dei mesi scorsi. Il dibattito di oggi riguarda la presentazione con le nuove regole, che non possiamo che considerare in via di approvazione anche se ci batteremo con tutte le forze, al Senato e davanti agli italiani, per contrastarle e per far comprendere all’opinione pubblica quanto siano nocive per la governabilità, la stabilità politica, il diritto degli elettori di scegliere chi risulterà eletto.

Nella nuova situazione, tutto spingerebbe automaticamente ad una competizione totale tra le liste di partito, con un residuo legame politico di coalizione affidato al premio di maggioranza: peraltro, avete visto che nel centrodestra sia Alleanza Nazionale che l’UDC immaginano di mettere in competizione i loro leader con Berlusconi come candidati premier attraverso l’espressione del voto al simbolo dei propri partiti; una patente contraddizione rispetto alla indicazione del candidato leader della coalizione nei patti collegati alla presentazione delle liste secondo quanto è previsto dalla nuova legge. Ma la dimostrazione chiara, se ce ne fosse stato bisogno, che il nuovo sistema produce concorrenza sfrenata nel mettere in campo quella modalità di gara elettorale proporzionalistica che il centrodestra giudica meno svantaggiosa per i propri interessi e più efficace per ridimensionare il probabile successo dell’Unione in termini di maggioranze parlamentari.

La nostra scelta è stata fatta prima, come recitava lo slogan con cui la Margherita ha sostenuto Romano Prodi con determinazione, impegno organizzativo e pieno successo - per cui consentitemi di ringraziare ancora una volta quanti hanno lavorato generosamente in ogni angolo d’Italia, e nel partito a livello federale. Abbiamo scelto prima, e scelto Prodi. In questo modo, sono sgomberate tensioni ed incertezze e si marcia uniti e decisi nei cinque mesi che ci separano dal voto politico.

Ma ci sono, non meno rilevanti, le implicazioni della inevitabile concorrenza tra le liste dei partiti e il rischio che essa porti a liquidare i caratteri possibili e necessari della convergenza bipolare e, in particolare, di una stretta cooperazione tra le forze democratico-riformiste. E la necessità di dare a Prodi, secondo quanto egli stesso ha sollecitato pubblicamente, la possibilità di competere con l’avversario Berlusconi alla pari nelle nuove condizioni della battaglia elettorale.

E’ evidente che alla nuova situazione occorre rispondere con nuove soluzioni.

E penso che, in accordo innanzitutto con i Democratici di Sinistra e con lo stesso Prodi, noi ci stiamo disponendo a fare la scelta giusta. Infatti, con la presentazione di una lista unitaria con i DS - ed eventualmente con forze che siano rigorosamente coerenti con un comune disegno programmatico e di prospettiva politica - alla Camera dei Deputati guidata da Prodi, e con la presenza di liste autonome - e dunque con la presentazione del simbolo della Margherita - al Senato della Repubblica, noi possiamo ottenere il triplice risultato di mantenere vivo con un atto forte e generoso di volontà politica il disegno unitario, riaffermare la funzione indispensabile in questo processo del partito di DL Margherita, attribuire simbolicamente e concretamente a Prodi non solo la guida della coalizione, ma la guida della sua e nostra area riformatrice e democratica.

A condizioni radicalmente nuove, dunque una scelta nuova. E, come ho cercato di dire fin qui, coerente con la vocazione e le scelte fondamentali del nostro partito.
A meno che qualcuno pensi - e certamente non troverebbe consenso adeguato in questo nostro partito - che alle condizioni diverse si possa far fronte con l’arretramento verso un autonomismo illusoriamente solitario - quel che si potrebbe riassumere con lo schema di un “neocentrismo” equidistante e propenso a scegliere le alleanze dopo, e non prima delle elezioni - oppure il precipitoso, rinunciatario scioglimento della Margherita in contenitori indistinti e non maturi.
La vocazione e il cammino dell’unità con autonomia precludono entrambe queste strade.

Vedete: chissà che stavolta possiamo trovarci tutti d’accordo, attraverso questa doppia negazione, in una definizione che ho usato altre volte. Quella di “centro dell’arena”, in cui condurre la battaglia delle idee e la battaglia politica sociale e civile. Esattamente come ha detto Gordon Brown nel suo discorso di fine settembre al Congresso laburista: “la missione è costruire un consenso progressista per il nostro tempo, il che vuol dire non solo occupare, ma dominare il centro del terreno” (il centre ground). Oppure, i concetti di Artur Davis, uno dei deputati democratici a noi più vicini, componente dei New Democrats con cui la Margherita e il Partito Democratico Europeo hanno stretto un’alleanza assai promettente: “C’è ora una destra in ascesa e radicalizzata, e una sinistra inasprita e reattiva. La diffusione dell’invettiva che esse provocano ha ridotto in America lo spazio per un terreno centrale costruttivo; un nuovo centro vitale nel grande territorio tra Tom Delay e Michael Moore”.

La coerenza della nostra scelta, però, non sarebbe all’altezza se fosse solo limitata al passaggio elettorale. Nessuno di noi, infatti, può nascondersi che alle precedenti scelte elettorali non ha fatto seguito un corrispondente sviluppo nel processo di integrazione politica. Quel processo che - pur tra passaggi assai diversi - abbiamo inquadrato nel segno politico dell’Ulivo e tante volte collegato al disegno strategico della nascita in Italia di un Partito Democratico.
Perché il processo di integrazione politica è proseguito, ma non è sbocciato, come dimostra l’impasse della Federazione dell’Ulivo? Solo perché non si è dato corso ad ulteriori convergenze elettorali o integrazioni parlamentari, o nei Consigli regionali? Sarebbe poco serio sostenerlo.
E’ ovvio che un processo di collaborazione/integrazione tra partiti - in questo caso, tra le forze che hanno sottoscritto il progetto della Federazione dell’Ulivo - si sviluppa solo in base ad una condivisione politica sostanziale, ad un’affinità di modelli organizzativi, ad una comune visione strategica, oltre che a una paziente, quotidiana collaborazione fatta di rispetto e ascolto reciproco. E se non vi è dubbio sulla vicinanza crescente tra gli approcci propri della cultura dei DS - partito di una sinistra riformista e socialdemocratica - e le culture democratiche della Margherita - cattolico-popolari, liberaldemocratiche, ambientaliste, portatrici di un moderno riformismo che crede in una società italiana competitiva e solidale - c’è ancora molta strada da fare perché esse possano incontrarsi nella nascita di un nuovo partito.

E’ stato allora da parte mia un tentativo per spostare in avanti, troppo in avanti il processo di collaborazione e possibile aggregazione l’indicazione del traguardo del Partito Democratico? Un modo per allontanare i problemi irrisolti di oggi?

Al contrario, chi ha avuto la pazienza di seguire le riflessioni che ho svolto negli ultimi anni - e non da solo, poiché esse sono state via via condivise da un numero crescente e oggi probabilmente maggioritario di dirigenti del nostro partito - a proposito della prospettiva del Partito Democratico ha potuto cogliere che si tratta di una sfida innanzitutto per noi, di una sfida comune ai nostri alleati, di una sfida per il domani, ma i cui caratteri, contenuti, obiettivi riguardano già l’oggi.

Il dibattito che si è sviluppato sui giornali - il nostro Ufficio stampa ha preparato per voi una raccolta significativa di articoli ed interviste, da cui emerge un notevole, e inedito, livello di riflessione che coinvolge politici, commentatori, intellettuali italiani ed internazionali - fa intravedere che la potenzialità della proposta è grande.

Come ho ricordato nelle conclusioni della Festa di Porto Santo Stefano, ci sono a monte almeno tre grandi questioni da risolvere per imboccare con i Democratici di Sinistra la strada che porta ad un Partito Democratico: la costruzione di un approdo europeo ed internazionale che non comporti l’ingresso nelle attuali organizzazioni socialiste europea ed internazionale (il che non significa imporre a chicchessia l’uscita dalla propria casa, ma piuttosto la costruzione di nuove realtà comuni adeguate alle straordinarie trasformazioni della scena globale; e va detto che le forze che aderiscono al PDE, pur consapevoli della giovane e limitata esperienza cui hanno dato vita, hanno tutte rimesso in discussione le appartenenze precedenti). Il superamento delle culture e pratiche novecentesche del “collateralismo”, ovvero della costruzione di organizzazioni parallele e collegate ai partiti destinate a insediare e controllare forze economiche, sociali, sindacali, della cooperazione, della finanza, anziché disporsi a confrontarsi liberamente con esse, come sarà necessariamente proprio delle relazioni tra politica e corpi intermedi nel XXI secolo. La necessità di far crescere un più accentuato pluralismo democratico nelle nuove forme organizzate della politica, che non potranno muoversi né secondo filiere ideologiche, né in base al desiderio di “alternative di società” oggi improponibili, ma neppure potranno vedere affermarsi al loro interno egemonie di pensiero e orientamento politico sostanzialmente “unico” (che sia, ad esempio, laicista oppure confessionale).
Queste grandi questioni irrisolte si incontrano con un altro grande tema: la natura organizzativa di un possibile nuovo soggetto democratico unitario italiano.

Come si vede, non siamo in un futuribile remoto, ma direttamente in medias res. E non vi è possibilità di ipotizzare confluenze senza fare del confronto su questi grandi argomenti - oltre che, naturalmente, sugli argomenti che i nostri partner intenderanno a loro volta porre all’ordine del giorno fondativo del processo che intendiamo debba accomunarci - un confronto vero, vivo, concreto. Se una critica io posso rivolgere a quanti hanno voluto centrare la riflessione in ordine alla convergenza “ulivista” sulle accelerazioni nelle formule organizzative, è di avere troppo a lungo trascurato elementi sostanziali, determinanti come questi.
Si farà un Partito Democratico - e, dunque, l’esperienza dell’Ulivo come incontro delle diverse culture democratiche italiane approderà ad un soggetto unitario - quando metteremo in comune le soluzioni a questi problemi. Non si farà un Partito Democratico - e non vi potrà essere rinuncia all’esistenza dei partiti e, per noi, del partito della Margherita - finché il non affrontato non venga affrontato; con trasparenza, lealtà, passione costruttiva.

Qualche riflessione sul cammino futuro permettetemi di anticiparla, poiché non voglio apparire come chi pone condizioni indispensabili senza iniziare a ragionare sulle soluzioni possibili.

Io penso che l’esperienza italiana spinga necessariamente a dare a un partito nuovo un carattere federale, ovvero una larga ed effettiva autonomia su base regionale e territoriale, Tutti siamo consapevoli della necessità di progetti nazionali, unitari per il governo del paese, ed allo stesso tempo di un’effettiva articolazione differenziata degli assetti in base alle differenze, vocazioni, problematicità, potenzialità dei territorio, oltre che delle relative, tanto rilevanti responsabilità istituzionali. E, per tornare all’assetto politico plurale, un grande Partito Democratico, candidato a divenire di gran lunga la prima forza del Paese, non potrebbe che essere anche federativo, ovvero capace di tenere vive al proprio interno culture ed espressioni organizzate plurali, pur dentro un saldo impianto decisionale e gestionale unitario.

Noi non pretendiamo di innalzare le insegne dei nostri Padri perché diventino l’esclusiva identità del “nuovo inizio” che chiamiamo Partito Democratico. Certo: portiamo Cattaneo e Gobetti, Sturzo e Rosselli tra i nostri riferimenti nella Storia. Portiamo e porteremo altri grandi riferimenti di un Pantheon ideale nella politica del dopoguerra, come altri ci proporranno i loro, quelli che hanno non solo contribuito all’affermazione della democrazia italiana, ma a fare le scelte giuste nei difficili anni della contrapposizione tra i blocchi e, ancor più, tra i fondamentali valori della libertà e della democrazia.

Forse, possiamo immaginare di rivisitare due grandi Miti della nostra cultura: quello di Prometeo, piuttosto nel disegnare i modi per liberarsi dalle moderne schiavitù e limitazioni delle libertà responsabili. E quello di Cristoforo Colombo, che, come ricordai nell’Assemblea Federale di maggio, ci interpella a conseguire il nostro traguardo magari piegando, per la sorte o per scelta, attraverso itinerari volta per volta imprevisti.

Dobbiamo tuttavia rendere più prevedibile, nel senso di più rigoroso e più comprensibile, il nostro progetto in termini di contenuti e proposte.

Innanzitutto: dovrà essere un partito “americano”, come suggerisce l’inequivocabile riferimento al partito dell’internazionalismo di Truman, dell’impegno per le pari opportunità di Andrew Jackson, del richiamo alla mutua responsabilità di Kennedy, della sete di innovazione e riforme di Roosevelt, della espansione di opportunità e responsabilità di Clinton?

No.

Così come è evidente che il modello organizzativo di un Partito Democratico italiano sarà interamente italiano, certamente l’incrocio tra valori e pragmatismo sarà piuttosto sensibile all’esperienza americana, ma l’impostazione del modello politico-sociale sarà europea: l’impostazione del modello sociale che costituisce la più preziosa esperienza democratica dell’Europa del XX secolo, incrocio delle culture cristiano-sociale, socialista, liberaldemocratica. Un’esperienza, tuttavia, che abbiamo una sola possibilità di difendere davvero rispetto ai violenti uragani della competizione globale: rinnovandola profondamente e costantemente, pur restando fedeli agli imperativi delle opportunità eque per tutti.

Ed è il momento di dire con chiarezza, care amiche ed amici, che la nostra candidatura al Governo nella prossima Legislatura ed auspicabilmente per un ciclo adeguato a rimettere in moto l’Italia non poggia solo sull’alternativa totale a Berlusconi e al berlusconismo - che, come sappiamo, ha alimentato in maniera decisiva lo stesso successo delle Primarie - ma soprattutto su idee positive di rinnovamento, riforma, innovazione, coesione.

Ed è tempo che le tantissime energie impiegate a discutere di contenitori ed etichette siano devolute a confrontarci ed indicare i contenuti su cui innervare questo cambiamento.
Anche per questo è opportuno che le nostre decisioni, che assumeremo democraticamente ed io spero unitariamente domani, al termine di questo dibattito, ci consentano di dispiegare energie e proposte nei 5 mesi davanti a noi. Le dovranno far emergere le conclusioni della nostra Conferenza Programmatica, il secondo “Big Talk” in programma il 26 e 27 novembre a Milano; e il contributo assai qualificato dei nostri rappresentanti nelle sedi che stanno elaborando il programma dell’Unione, che sarà conclusivamente varato a gennaio. Ci aspettiamo molto dal dialogo con i cittadini - io stesso svolgerò un impegnativo Giro d’Italia nelle emittenti televisive regionali dal 1 novembre a metà dicembre per ascoltare opinioni, critiche, indicazioni di migliaia di cittadini in un “filo diretto” che durerà complessivamente oltre cinquanta ore. Sarà importante per voi tutti leggere gli atti della Conferenza di Frascati, che da oggi “Europa” diffonde nelle edicole italiane. Sarà preziosa la giornata di mobilitazione delle nostre energie del Mezzogiorno in programma il prossimo 19 novembre in Calabria: una prima risposta densa di progetti, e che non rimarrà isolata, alle invocazioni “Non ci abbandonate!” che abbiamo ascoltato con dolore ed angoscia in occasione dei funerali di Francesco Fortugno a Locri. Poiché nella politica contano molte cose, ma anche i volti e le storie delle persone, mi impegnerò nelle prossime settimane, e sono certo di avere il vostro consenso, perché nelle nostre liste -quelle della Margherita al Senato ed anche quelle unitarie alla Camera - oltre ai parlamentari uscenti e ai candidati che emergeranno dal territorio, vi siano significative, selezionate candidature di personalità la cui disponibilità a competere assieme a noi sotto le nostre insegne manifesti in modo visibile il valore di quell’ampliamento di condivisione e consensi nel paese che ci pare a portata di mano.

Io credo, per venire in conclusione ad alcuni assi programmatici del nostro lavoro futuro, che è necessario iniziare ad indicare da parte della Margherita alcuni contenuti-chiave, proporre in concorso con i nostri alleati - e, lo ribadisco, in particolare con i DS, con i quali già condividiamo molte parti di una trama di comune responsabilità per il paese - non solo riferimenti culturali, ipotesi organizzative, modelli possibili per il Partito Democratico.

Io credo che noi non dobbiamo aver paura di portare nel bagaglio politico del centrosinistra con più determinazione la parola Patria.

Nell’età della globalizzazione, la qualità delle “missioni” di una Nazione è decisiva. E noi dobbiamo ridefinire le missioni dell’Italia del centrosinistra, perché l’unico antidoto al ripiegamento e alla sfiducia è la condivisione di un progetto, tanto più se esso è alto, e difficile. Dobbiamo riaffermare che l’Europa è la nostra “seconda Patria”: unica risposta istituzionale, ma anche ideale alle sfide del tempo; oggi chiamata nell’area dell’Euro a restituire impulso alla crescita economica e, sul piano della politica estera e di sicurezza, a recuperare un protagonismo effettivo nel mondo. Non è astratto dire che nell’impasse europea proprio un nuovo governo italiani di centrosinistra guidato da Prodi avrà un’occasione unica per ricostruire - sui due assi storici del nostro dopoguerra, quello transatlantico e quello europeo - una rinnovata partnership con l’America e una ritrovata unità dell’Europa. Questo significa restituire vigore ed efficacia al multilateralismo, ovvero l’unico modo per governare un mondo tanto complesso ed interdipendente, nel quale, come ha ricordato l’ex-Commissario britannico Chris Patten, gli Stati Uniti unilateralisti hanno in questi ultimi anni perso la loro storica, preziosa, vera “arma di attrazione di massa”.

Penso che noi dobbiamo imporre l’innovazione delle politiche dell’ambiente - non le inadeguate espressioni minoritarie che talvolta si sentono affermare - come uno degli assi di una politica popolare, ecologica economicamente decisiva; e non solo perché gli scienziati ci spiegano che l’innalzamento di 2 gradi della temperatura media del Mar dei Carabi è all’origine dei catastrofici rivolgimenti che stanno provocando ormai ogni settimana un terribile, insopportabile tributo di vittime e distruzioni. Priorità all’ambiente in un nuovo governo significa ad esempio spiegare agli italiani che noi dobbiamo attribuire subito nuove risorse alle regioni (e ai Comuni) per comperare nuovi treni per i pendolari e i cittadini, per migliorare la mobilità e la vivibilità e ridurre l’inquinamento. E che dobbiamo promuovere un rinascimento energetico basato su tecnologia, diversificazione, innovazione.

Ma, per stare a temi che si affacciano con grande attualità, un Partito Democratico non avrà paura di assumere le questioni della sicurezza come prioritarie nella nostra visione della società. Non si tratta di polemizzare sulla demolizione di alcune baracche di immigrati illegali o pretendere, giustamente, che nelle nostre strade nessuno debba lavorare sotto l’organizzazione di racket che ne sfruttano la condizione di soggezione e indigenza. Si tratta di dare per un verso sostanza alle politiche di integrazione dei cittadini stranieri - periodicamente evocate e mai, perché costose, messe effettivamente in atto - come di organizzare il rimpatrio in modo civile ma fermo degli immigrati clandestini che non abbiano diritto all’asilo (oggi avviene il contrario, e il Governo sta tollerando l’ingresso incontrollato di un numero sempre crescente di disperate vittime della tratta di persone umane, anche perché sta fallendo nelle politiche di cooperazione con i paesi di imbarco quali Libia e Tunisia). Dobbiamo dire agli italiani che mentre questo governo ha sfasciato vieppiù la giustizia e reso aleatori i principi di certezza del diritto e della pena per tutelare gli interessi di pochissimi attraverso scandalose leggi ad personam, noi intendiamo velocizzare i processi, tutelare dall’insicurezza e dalla violenza innanzitutto le persone più deboli, assicurare che la legalità non sia un concetto umiliato nella realtà quotidiana, ma una realtà quotidiana.

Oggi la Margherita e, mi auguro, l’intero centrosinistra, domani il Partito Democratico debbono e dovranno dimostrare che non si tratta solo di contestare - com‘è giusto che sia, anche se è necessario avvenga sempre con forme nonviolente - lo sfascio organizzativo e soprattutto la deprivazione delle risorse delle nostre Università; si tratta anche di indicare chiaramente, e non sempre è avvenuto in passato, la strada di un sistema universitario che promuova il merito, che sostenga i meritevoli non abbienti, che chieda ai più abbienti di concorrere ad una spesa altrimenti insostenibile, che sviluppi le discipline scientifiche che oggi stanno deperendo, che si colleghi, attraverso gli strumenti più aggiornati, con l’innovazione dei processi di ricerca e l’innovazione dei processi produttivi.

Ancora, rispetto a un dibattito antiquato e poco informato che accompagna la cosiddetta “direttiva Bolkestein” sui servizi nel mercato interno europeo, si tratta di modificare le previsioni che avrebbero un negativo impatto sociale se ci fosse una vasta applicazione del principio di riferimento alle norme di tutela del paese di origine delle imprese che operano all’estero. Ma è indispensabile dare il via ad una modernizzazione nei servizi (in termini di concorrenza, innovazione tecnologica, sburocratizzazione e semplificazione di procedure, armonizzazione di sistemi) da cui l’Italia, i consumatori e le imprese, avrebbero moltissimo da guadagnare. Solo con cambiamenti profondi nei servizi e nelle professioni si può recuperare competitività, scardinare rendite insostenibili, accrescere l’efficienza nell’interesse dell’intero paese.

La scelta di impegnarci per una lista unitaria alla Camera nel segno dell’Ulivo guidata da Prodi, di una lista della Margherita al Senato, e della costruzione di gruppi federati sia alla Camera, sia al Senato, sia nel Parlamento Europeo la cui ulteriore integrazione potrà aver luogo già nel corso della prossima Legislatura in parallelo con il processo di avvio e costruzione del Partito democratico è una scelta coerente, coraggiosa, equilibrata, lungimirante.

Essa poggia anche sulla coscienza di quanto sia prezioso - ancorché parziale e fragile - il Partito che si riunisce qui oggi.

Vorrei rivendicarlo non per malinteso orgoglio di partito, ma per una convinzione che giudico obiettiva ed onesta. La Margherita ha raccolto circa 5 milioni e 400 mila voti nelle elezioni politiche del 2001. Questo consenso fa di noi uno dei maggiori partiti europei. Per avere un’idea più precisa, ricordo che il grande, terzo successo di Tony Blair alla guida del Regno Unito è stato sancito dal voto di 9 milioni e mezzo di elettori; che lo storico Partito Socialista francese ha conseguito nel primo turno delle ultime elezioni legislative 6 milioni di voti; che il partito Legge e Giustizia, che ha vinto poche settimane fa le elezioni nella popolosa Polonia, ha ottenuto tre milioni e duecentomila voti. E i voti popolari al nostro partito non sono un ricordo delle non più vicine elezioni del 2001, in cui schieravamo tra le nostre fila il candidato premier del centrosinistra: nelle elezioni regionali di pochi mesi fa, il nostro simbolo - presente in appena cinque regioni italiane - ha raccolto in Piemonte, Abruzzo, Campania, Puglia e Calabria esattamente 1.159.631 suffragi. Si è confermato recentemente la prima forza del Trentino come della Sicilia, oltre ad esserlo in Campania. Non ha motivo di credere alla propria autosufficienza, ma ha motivo di sapere di essere determinante per il futuro della nostra Italia.

Dunque, se ci impegniamo in una nuova, affascinante, difficile tappa del nostro incessante processo ad un tempo di unità ed autonomia, non è certo perché abbiamo poca fiducia nei nostri mezzi.

Ma perché abbiamo molta umiltà e molta fiducia nei nostri mezzi.

Vogliamo continuare a mettere le nostre esperienze ed intelligenze collettive al servizio di un disegno più grande. Non intendiamo scioglierci, come abbiamo ribadito più volte. Intendiamo costantemente metterci in discussione perché sappiamo che questa ambizione la comprendono i nostri elettori e, più in generale, quei milioni di cittadini che si sono messi in fila serenamente e con determinazione per votare nelle Primarie. Possiamo interpretare le loro attese sapendo che tocca alla politica trovare le soluzioni. Possiamo farci accompagnare da loro nel processo che abbiamo avviato sapendo che tocca a noi guidare - assieme a Prodi, assieme a Fassino e ai DS, assieme ai nostri alleati - la rinascita del paese.

Possiamo e dobbiamo, credo, fare di questa Assemblea Federale un’ulteriore tappa dell’originale percorso del nostro partito per mettere alla prova i nostri ideali, per cercare di servire al meglio i nostri concittadini, per contribuire, dopo il fallimento di questa Destra, a rendere l’Italia migliore.



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